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.: capitolo 1

LA MUSICA LIQUIDA E LA FINE DELLA CONDIVISIONE:
LA TRISTE SOLITUDINE DELL'ASCOLTO
di Emanuele Bigi

L'origine del suono e della musica risalgono alla notte dei tempi.
L'uomo intuì da subito il potere magico del suono. Le tribù primitive, così come successivamente le società organizzate degli indiani d'America, piuttoso che gli Indios, i popoli africani, così come quelli dell'Asia Minore hanno creato musica che accompagnava sia i momenti della quotidianità sia eventi eccezionali, di valenza sacra e rituale.
Le melodie e i ritmi erano condivisi dalla tribù, dalla collettività; nessuno ne era escluso.
La danza poi, naturale conseguenza dell'evento musicale, univa i corpi e le anime delle tribù, dei villaggi, dei popoli, riflettendo un momento di condivisione che trascendeva l'essere umano per elevarlo ad una dimensione spirituale, sacra, magica.
I passi ripetuti, cadenzati con la musica, davano un forte senso di appartenenza e di unione all'interno dei vari clan familiari intensificando ed amplificando quel sentimento di sicurezza, quel "noi" contrapposto a tutto il resto che all'epoca ancor più di oggi suonava a dir poco minaccioso.
Attraversando i secoli la musica acquista funzioni spesso diversissime: svago goliardico dopo giornate di duro lavoro, accompagnamento musicale di racconti, musica per le danze, musica per la Chiesa, sempre comunque concepita come momento di condivisione.
Solo con la comparsa della musica da camera o per solo strumento (quindi nel Seicento) arriviamo a concepire in ambiente colto e aritocratico, il mero piacere esecutivo del solista per se stesso o per pochi esecutori e/o ascoltatori. Nel madrigali e nella polifonia fiamminga del '500 e '600 prevale l'idea di musica colta per musicisti esperti o dilettanti con buona preparazione, sempre vissuta come momento collettivo con piccolo pubblico come quello di una corte principesca, oppure, nel caso della musica sacra, quello di una Chiesa.
Nel caso della musica popolare mancano esempi scritti ma dai dipinti dell'epoca e dalla letteratura possiamo intuire una predominante della musica suonata e vissuta in gruppo.
La funzione consolatoria della musica è ormai elemto assodato e l'essere umano ama circondarsi di colonne sonore personali per ricordare eventi, momenti speciali, fasi della propria vita.
E' un sentimento forte come il pulsare della vita.
Chi ha oggi almeno 35 anni avrà sicuramente inciso su nastro (le mitiche musicassette) decine o centinaia di compilation, di raccolte con i brani preferiti; raccolte incise da vinile o dalla radio, artigianalmente completate con titoli scritti a mano (e copertine dei dischi ritagliate da riviste): oggetti fatti per sè o da regalare a fidanzate ed amici per condividere canzoni e dischi.
La potenza della musica non è quantificabile perchè opera a livello inconscio e gioca spesso all'essere umano brutti scherzi. Chiedete ai vostri amici quale è per loro la musica più bella, quella che ascoltano più volentieri e che trasmette loro vibrazioni positive: non tutti lo ammetteranno ma è sempre inequivocabilmente quella della loro gioventù, diciamo dall'adolescenza ai 25 anni circa.
Non è un caso che in quegli anni viviamo un rapporto molto intenso con gli altri formando piccoli clan e tribù.
La musica della propria gioventù viene rivestita di un'area magica, fuori da tempo spazio, mitologica, ricordata e vissuta con la stessa intensità anche a 50-60 anni di distanza.
Quella musica, come una puntina di giradischi ha scavato un solco nel nostro inconscio. Come spiegare altrimenti le persone che passano in negozio da me o mi telefonano da tutta Italia alla ricera di canzoni in 45 giri e in 33 giri della loro gioventù, canzoni che hanno 30, 40, 50, 60 anni di vita e di cui ricordano autore, titolo, anno di uscita e magari casa discografica ?
Non ricordano cose significative per la loro carriera ma ricordano che pezzo suonava il juke-box quando hanno ballato per la prima volta, finalmente, con la compagna di classe dalle trecce bionde. 
Allora cosa è successo all'essere umano dopo l'epoca dei figli dei fiori ?
Anni magici i '60, tripudio dell'amore condiviso grazie alla musica, anni di libertà e di grandi cambiamenti in cui la musica ha giocato un ruolo fondamentale esattamente come oggi potrebbero esere i social network.
Accendendo la scintilla ha innescato rivoluzioni culturali, sociali e di costume.
Pensate agli anni '50 e a ciò che ha significato il rock'n'roll, ai '60 e al beat, ai '70 e al progressive-rock oppure alla disco-music, nel bene e nel male s'intende.
Fenomeni di profonda condivisione, passionali, come può esserlo solo la gioventù inquieta e assetata di emozioni, di vita.
Negli anni '80 arriva dalla SONY un oggeto che cambierà il concetto di ascolto della musica: IL WALKMAN.
Decisamente comodo per l'epoca (anche se i ragazzi di oggi abituati alla miniaturizzazione della tecnologia ne riderebbero), la scatoletta con cuffiette all'interno della quale inserivi le tue musicassette, da girare a fine lato proprio come se fosse un 33 giri, permetteva di portare con se la musica rendendola fruibile ovunque: in treno, in autobus, in bici, correndo, persino durante le ore scolastiche occultando le cuffie sotto capelli lunghi e maglioni. 
In definitva il walkmen liberava per la prima volta la musica da problemi di luogo, spazio e tempo. Potevi ascoltarlo di notte senza disturbare nessuno.
Al tempo stesso credo però sia proprio con il walkmen che si enfatizza il concetto di "mia musica", che "io ascolto nel mio mondo" escudendo gli altri, il vicino di treno, il compagno di viaggio, gli amici al campetto o al bar.
I metallari/rockettari dell'Arry's Bar di via Premuda a Reggio Emilia (di cui è un onore aver fatto parte), vero clan, ascoltavano in pieni anni '80 i gruppi preferiti da impianti stereo montati su auto e su vespe PX, tutti insieme, perchè il godere insieme dell'evento musicale, che diventa rito, non può accettare l'isolamento, l'autoesclusione del walkman.
Sia un pezzo degli AC/DC o dei RUSH, un lento strappalacrime o un assolo jazz, insieme ad altre persone è più intenso, più vero, più vivo.
Io vedrò nei tuoi occhi il riflesso delle tue emozioni e viceversa.
Al contrario negli anni '80 iniziano a circolare in tutto il mondo questi "esseri" con walkman estranei alla realtà che li circonda, padri dei nuovi esseri con i-pod, persi nel loro mondo.
A volte ci raccontiamo qualche bugia: per ascoltare la musica bisogna avere un gran impianto hi-fi ed è meglio essere soli per concentrarsi: io credo invece che pagheremmo e faremmo carte false per avere una compagna, un amico, un circolo musicale, persino estranei con i quali condividere le nostre passioni musicali perchè ascoltare musica in solitudine è come cenare da soli.
Può avere senso in qualche occasione, per meditare, raccogliersi in se stessi, ma alla lunga mi pare una punizione autoinflitta.
Ascolto musica e suono da quando avevo 6 anni (ora ne ho 42), consiglio e vendo dischi da 16 anni convincendomi di una cosa: nell'essere umano esiste, ne sono sicuro, un comune sentimento che porta a far conoscere, a render partecipi gli altri di tuto quello che di bello scopriamo durante il nostro breve passaggio in questa vita.
Ecco allora che l'i-pod che mia moglie mi ha regalato nel natale 2010 (dopo venti anni di massacro quotidiano e di pazienza davvero encomiabile, da parte sua s'intende)  mi servirà d'estate al mare quando nessuno vorrà condividere con me la musica, quella stessa musica che negli anni '60/'70 usciva dagli autoparlanti o a tutto volume dai juke-box direttamente fin sotto gli ombrelloni.
Quella stessa musica che secondo alcuni "disturba"e crea confususione quando invece è elemento ideale per fare amici e condividere momenti magici.
L'i-pod è un segnale. Le persone sono sempre più sole. Tanti piccoli mondi che sfrecciano in tram, in metro, in bici, sul lavoro. Mondi paralleli che non si intersecano mai.
Tutti con la musica, ma soli.
Tutti si scambiano i file musicali e il procedimento viene detto paradossalmente "condivisione".
Peccato che in realtà ognuno la ascolterà in solitudine.